Preghiera di Papa Francesco


Giorno 19



Oggi desideriamo ripercorrere con voi e per voi, i momenti toccanti e fortissimi della preghiera di Papa Francesco di ieri 27 marzo dal Sagrato della Basilica di San Pietro.
In una piazza deserta, vuota, di una Roma piovosa e buia, il Santo Padre ha espresso la parola di Dio, ha esposto per la sua adorazione il Santissimo Sacramento impartendo a tutto il mondo la benedizione Urbi et Orbi a cui è stata annessa la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria.
Andando per passi, da un ricchissimo programma sono emersi gesti, parole, visioni direi quasi sovrumane che rimarranno nella nostra memoria impressi per sempre.
Noi così piccoli, soli, indifesi siamo stati elevati dal Pontefice attraverso le sue preghiere a Dio ed alla sua immensità aspaziale, atemporale, sconfinata.
Ma prima di riprendere alcuni passi davvero meravigliosi e che definirei quasi filosofici del suo discorso, vorremmo chiarirvi alcuni termini che nemmeno noi sapevamo nel dettaglio se non dopo averli approfonditi per conoscerli meglio e poterveli trasmettere.
L’indulgenza plenaria – cos’è?
Con l’indulgenza plenaria, secondo la Chiesa Cattolica, scompare ogni male che abbiamo fatto perché Dio interviene direttamente per guarirne la ferita.
Secondo quanto stabilito dal Decreto della Penitenzieria Apostolica, ieri è stata concessa l’indulgenza plenaria ai:
fedeli che offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica, o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario o dell’Inno Akàthistos alla Madre di Dio, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, o dell’Ufficio della Paràklisis alla Madre di Dio o altre forme proprie delle rispettive tradizioni orientali di appartenenza per implorare da Dio Onnipotente la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé.
Una tematica, questa dell’indulgenza plenaria alquanto affascinante e antichissima, d’altri mondi e tempi rispetto alla nostra contemporaneità così rumorosa e caotica fino all’altro ieri.
Pensate, risale ai primi libri dell’Antico Testamento. Nelle comunità cristiane originarie i peccati gravi come l'omicidio, l'adulterio e l'apostasia, ammettevano un rientro nella comunità solo a fronte di penitenze gravi e prolungate, dette Pena Canonica, che cambiavano in toto la vita del peccatore pentito. Nei primi secoli, alcuni peccatori gravi presero a rivolgersi a confessori che attendessero il martirio per ottenere da loro un biglietto, detto libellum pacis, che inducesse il vescovo cui sarebbe stato presentato ad abbreviare o condonare la pena in virtù del sacrificio del martire.
Successivamente si iniziò ad alleggerire il carico della penitenza per i peccati confessati, o in quanto a gravosità o in quanto a lunghezza, chiedendo al peccatore di compiere un'opera meritevole, come un pellegrinaggio, la visita ad un luogo santo, o altre opere di mortificazione come digiunare o dormire su un letto di ortiche. Nell'XI secolo i Papi e Vescovi iniziarono a rimettere una parte della Pena Temporale indistintamente a tutti coloro che avessero compiuto un'opera meritoria come la visita ad un monastero appena consacrato o un'elemosina ai poveri.

L'opera sarebbe servita a educare il peccatore a una maggior santità o a riparare le conseguenze pratiche e sociali del suo peccato.
Perché il gesto del Papa di ieri è stato visto e descritto dalla stampa e da ciascuno di noi come un gesto rivoluzionario e così umano?
Perché le indulgenze plenarie prevedono da sempre tre condizioni: confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre.
Ma la pandemia di Coronavirus è giunta anche qui per la prima volta a scardinare la tradizione.
Le chiese chiuse hanno infatti impedito ai fedeli di assolvere ad almeno due di questi compiti: ecco allora che, per la prima volta nella storia, Papa Francesco concede un’indulgenza plenaria senza se e senza ma, a patto che il fedele sia pronto ad accoglierla nel suo cuore. Ancora una volta Papa Francesco rompe la tradizione e pone una pietra miliare nella religione cattolica che difficilmente potrà mai essere dimenticata.
Situazioni straordinarie necessitano del resto di provvedimenti straordinari e il Santo Padre non è decisamente disposto a tirarsi indietro.
I fedeli e anche quelli meno fedeli hanno sentito fortissima la vicinanza del Pontefice Francesco, con tutte le eccezioni che il difficile momento attuale richiede.
Ma cosa abbiamo colto di così tanto toccante e forte nelle parole del Pontefice?
Di certo il suo discorso e il panorama di tramonto che circondava la Piazza di San Pietro nonché i suoni che sono arrivati fin nelle nostre case.
Un discorso sentito, come sopra definito, filosofico e fortemente umano – affinché il Signore non ci lasci in balìa della tempesta:
Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché sappiamo che Tu hai cura di noi”.
Delle parole consolatorie, di affidamento e abbraccio nelle mani del Signore, noi come dice il Papa, gettiamo nel Signore ogni nostra preoccupazione perché sappiamo che il Signore ha cura di noi.
Meraviglioso questo passo della cura che non può non rimandarci al mistico brano La Cura del cantautore siciliano Franco Battiato ormai da qualche anno non più presente attivamente nella nostra contemporaneità.
Ma parliamo infine dei gesti, dei suoni e di quanto abbiamo visto tutti noi guardando il Pontefice ieri sera.
Il Pontefice che benediceva una San Pietro deserta, bagnata, sola, che con il Santissimo Sacramento in braccio, avvolto tra la stoffa bianco candida del suo mantello si rivolgeva simbolicamente a tutti gli angoli dell’Urbe e del Mondo mentre con i suoni delle campane interferivano i suoni delle sirene delle ambulanze della capitale.

La pioggia incessante batteva violentemente e nessuno presente in piazza se non il Pontefice e i simboli della religione cattolica, il più ammirato e acclamato dalla stampa e dai telespettatori il crocifisso così noto con il nome “miracoloso” della Chiesa di San Marcello a Roma.
Il crocifisso è oggetto della venerazione dei romani da più di cinquecento anni, da quando - nel 1519 - emerse miracolosamente intatto dall'incendio che devastò la chiesa che lo ospitava. Tre anni più tardi venne portato in processione per tutti i rioni della città, gesto cui venne attribuita la cessazione dell'epidemia di peste che aveva colpito Roma.
Il crocifisso ieri era posto esternamente alle porte di San Pietro, in balìa dell’acqua della tempesta fisica che il mondo e l’umanità sta affrontando e combattendo e l’acqua ne scavava il volto, lo percorreva e tutti noi ci siamo uniti nella preghiera in quei momenti – consapevoli del nostro atomismo, gettandoci nelle braccia del Signore.

Sì, noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché sappiamo che Tu hai cura di noi”.



A domani
#iorestoacasa


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